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    Beni comuni

    30 settembre 2006 - Michele Altomeni
    Fonte: Comportamenti Solidali

    Inquinamento, consumi e sprechi

    Ogni essere umano, per vari motivi, ha una disponibilità di acqua limitata che rischia di ridursi ulteriormente. Affinché la distribuzione sia equa e ognuno possa accedere ad una quantità sufficiente, occorre un impegno per ridurre gli sprechi e l’inquinamento, sia diretti che indiretti5.
    In condizioni naturali, l’acqua si autodepura grazie a vari organismi viventi (batteri, microfunghi, protozoi...) che metabolizzano la biomassa organica chiudendo il cerchio. Oggi l’inquinamento ha raggiunto livelli tali che questo processo non riesce più a gestire, e la situazione è aggravata dalle pesanti modifiche che l’uomo apporta ai corsi d’acqua, sconvolgendo l’equilibrio dell'ecosistema e annientando gli organismi addetti alla depurazione. Cementificazione (per infrastrutture stradali o insediamenti urbani e produttivi), dighe, cave, rettificazioni dell’alveo (anche con innalzamento degli argini), distruzione delle vegetazione riparia, sono tutti interventi che riducono la capacità di un corso d’acqua di autodepurarsi.
    Laghi, fiumi e mari sono sempre più inquinati. Diventano inutilizzabili per molti usi umani e invivibili per animali e piante acquatiche. Allo stesso modo l’essere umano ha pesantemente compromesso le falde acquifere che sono come delle gigantesche spugne sotterranee nelle quali l’acqua si muove normalmente solo di pochi centimetri al giorno. Una volta che l’inquinamento le raggiunge impiegano molto tempo per rigenerarsi e spesso è quasi impossibile ripulirle. Invece di prendere atto del danno provocato e assumere provvedimenti si è cominciato a prelevare l’acqua sotterranea a profondità crescenti.
    L'acqua viene spesso prelevata dalle falde in quantità superiori a quelle ricevute dalle piogge, il che produce un abbassamento del livello che, nei pressi delle coste, può causare la salinizzazione delle riserve d'acqua dolce. In altre parole, là dove le falde si abbassano, l’acqua marina tende ad infiltrarsi trasformando l’acqua dolce in acqua salata e quindi inutilizzabile per consumi domestici e agricoli.
    Sprechi e inquinamento idrico si devono sia alle attività economiche che agli impieghi domestici.

     

    Inquinamento industriale

    Le attività industriali e manifatturiere assorbono circa il 23% dei prelievi idrici mondiali (circa 18% in Italia). L’acqua viene usata in questo settore per diluire, trasportare, lavare e raffreddare.
    La produzione di un pollo surgelato richiede 26 litri di acqua, tra i 2 e i 10 sono necessari per un litro di birra, la lavorazione di un’automobile ne consuma 103 metri cubi, una tonnellata di cemento dai 160 ai 2.000 litri, un Kg di carta ne richiede 90. Il record spetta all’industria farmaceutica: per ottenere un Kg di principio attivo sono necessari in media 10.000 litri d’acqua. In alcuni casi si tratta di prelievi che poi vengono rimessi in circolo alla fine del processo senza particolari alterazioni. Ma spesso non è così, infatti l’acqua è il mezzo ideale per trasportare via i rifiuti in modo facile ed economico: più dell’85% dell’acqua utilizzata nell’industria ritorna in natura inquinata da prodotti chimici e metalli pesanti o, in modo più sottile, dal calore.
    La presenza di corsi d’acqua è sempre stata un fattore fondamentale per la localizzazione di ogni tipo di industria. Negli ultimi decenni, a fronte di una maggiore tutela legislativa dell’acqua nei paesi occidentali, si è assistito al trasferimento delle attività più inquinanti in paesi del sud del mondo, dove le norme sono più permissive, anche se gravi casi di inquinamento industriale continuano a verificarsi anche in occidente.

     

     

    Turismo e tempo libero

    Le attività turistiche consumano e inquinano grandi quantità di acqua. Le situazioni più paradossali si hanno nel sud del mondo, dove capita che villaggi turistici sprechino acqua in piscine e campi da golf, mentre la comunità locale viene lasciata a secco. Oltre al golf (un impianto di medie dimensioni richiede un fabbisogno idrico giornaliero pari ad una città di 6.000 abitanti) anche gli impianti di innevamento artificiale si distinguono per gli elevati consumi di acqua, prelevata in un periodo stagionale coincidente, per l’ambiente alpino, con le minime precipitazioni annuali.

     

     

    Il peso dell’agricoltura

    Si calcola che a livello mondiale circa il 70% dell’acqua prelevata sia destinato all’irrigazione. L’agricoltura irrigua ha avuto il suo massimo sviluppo nel secolo scorso, quando questa tecnica è stata applicata nei paesi del sud del mondo, dove l’acqua utilizzata per l’irrigazione rappresenta il 91% del consumo idrico totale (rispetto al 39% dei paesi ad alto reddito). Attualmente il 30-40% delle disponibilità di prodotti agricoli a livello mondiale derivano dal 16% irrigato della superficie totale. La quantità d’acqua necessaria ad irrigare un ettaro di risiera sarebbe sufficiente per 100 nomadi con 450 capi di bestiame per tre anni, o per 100 famiglie urbane per due anni.
    I paesi del sud del mondo, pur prelevando circa il doppio d’acqua per ettaro rispetto ai paesi industrializzati, hanno una produzione agricola pari ad un terzo, poiché metà dell’acqua destinata all’irrigazione evapora durante la fase di stoccaggio o di distribuzione a causa delle elevate temperature, o si perde tra le falle delle reti. Buona parte di questi sprechi si potrebbero ridurre adottando l’irrigazione a goccia o rinnovando le reti.
    Un’altra conseguenza dell’agricoltura irrigua in climi caldi è il fenomeno della salinizzazione: l’evaporazione lascia al suolo i sali minerali presenti nell’acqua che, nel tempo, si accumulano rendono il terreno inadatto alla coltivazione. Ciò avviene in presenza di due condizioni: cattivo drenaggio del terreno e forte evaporazione delle aree irrigate. Su 270 milioni di ettari di superficie irrigata totale si stima che 20/30 milioni siano colpiti gravemente da questo fenomeno e altri 60-80 lo sono in misura minore. La salinizzazione è una delle principali causa del calo della produttività agricola.
    L’agricoltura, oltre a consumare grandi quantità di acqua, ha responsabilità anche sul fronte dell’inquinamento, soprattutto delle falde acquifere. I principali responsabili sono pesticidi e fertilizzanti chimici. La presenza di nitrati nelle falde acquifere (che in molti casi supera i limiti imposti dalla legge) è il risultato dei cambiamenti che si sono avuti nei sistemi agricoli a partire dal secolo scorso. In particolare l’impiego di concimi chimici azotati e altre cause legate alla meccanizzazione dell’agricoltura. Non esiste, a tutt’oggi, un metodo economicamente ragionevole per rimuovere i nitrati dall’acqua. Solo dopo anni di pratiche agricole sostenibili si può sperare di assistere ad un abbassamento dei valori dei nitrati.
    L’Italia dedica a scopi agricoli intorno al 60% dei circa 56 miliardi di mc di acqua dolce consumata ogni anno. L’Italia è al primo posto in Europa sia per i consumi di acqua per abitante, sia per l’estensione agricola irrigata, pari a 4.500.000 ettari.
    Alcuni interventi sul settore agricolo potrebbero produrre sensibili vantaggi rispetto alla risorsa idrica: tecniche irrigue ad alta efficienza; culture adatte alla specifica situazione meteoclimatica, sociale ed economica; riuso per l’irrigazione delle acque reflue depurate; sistemi di irrigazione di dimensioni ridotte; sistemi di drenaggio artificiale che permettano di evitare il fenomeno della salinizzazione; educazione e controlli sul corretto impiego di concimi e fitofarmaci; sostegno all’agricoltura biologica ed incentivi all’uso di fertilizzanti naturali ed insetti fitofagi; difesa delle terre più fertili da altri utilizzi.

     

     

    Usi civili

    I consumi domestici (alimentazione e igiene) rappresentano mediamente l’8% dei prelievi mondiali (16% in Italia). Ma nei paesi ricchi i consumi civili sono circa il triplo che nei paesi del sud.
    Mentre il 65% degli abitanti del pianeta deve camminare decine di minuti (anche ore) per approvvigionarsi di acqua, spesso di pessima qualità, nei paesi ricchi l’acqua è percepita come largamente disponibile, così viene utilizzata con leggerezza, senza alcuna attenzione a sprechi che si potrebbero facilmente evitare. Questa acqua ritorna nel ciclo naturale inquinata da detersivi, oli e altre sostanze nocive.
    L’assenza di impianti di canalizzazione e di trattamento dell’acqua usata è una delle principali cause di inquinamento, provocando anche la diffusione di numerose malattie di origine idrica. Il settore della depurazione è diventato un grande affare economico, applicato sia alla acque prelevate per la distribuzione alle utenze, che alle acque reflue. Eppure, nel 2000, solo il 73% degli abitanti dei comuni capoluogo risultava allacciato ad un impianto funzionante. Basti pensare che i sistemi di depurazione mancano ancora in città come Milano, Imperia e Trapani e servono solo parzialmente Benevento, Firenze, Oristano, Pordenone…

     

     

    La situazione italiana

    L’Italia è dotata di una buona quantità di risorse idriche, tuttavia è classificata al ventesimo posto tra i paesi che rischiano la crisi idrica e l’inquinamento colpisce quasi tutti i fiumi e i laghi. Il dissesto idrogeologico e lo sfruttamento dei suoli si aggiungono ai cambiamenti climatici come causa dell’alternarsi di alluvioni e siccità. Il 30% dell’acqua già potabilizzata si perde a causa dei guasti presenti nei 13.000 acquedotti italiani e solo il 20% dell’acqua potabile è consumata per usi civili, mentre il 60% è sfruttato dall’agricoltura e il 20% dall’industria.
    Noi italiani siamo tra i maggiori consumatori di acqua. In media, per le nostre necessità domestiche, utilizziamo 231 litri di acqua al giorno: 40-50 litri se ne vanno in cucina per cucinare e lavare i piatti, dagli 8 ai 30 litri ogni volta che tiriamo lo sciacquone del water, 100 litri per un bagno nella vasca, 50 per la lavastoviglie, 170 per la lavatrice… solo 2 litri per bere.
    L'Italia è il paese con la maggiore estensione agricola irrigata d'Europa: 4.500.000 ettari. Questa risorsa, se sfruttata correttamente, sarebbe in grado di sostenere 175 milioni di abitanti, senza contare le colture per cui è sufficiente la pioggia (tipo il grano).

     

     

    Il mare

    Se la situazione riguardante l’acqua dolce è preoccupante, per quella salata le cose non stanno meglio.
    I mari e gli oceani sono il punto di arrivo di buona parte dell’inquinamento terrestre e dei fiumi. Gran parte della rete fognaria ancora oggi arriva in mare senza un’adeguata depurazione e scarichi o perdite da parte delle navi fanno la loro parte. Tutto questo inquinamento biologico e chimico sta massacrando il patrimonio ittico e a ciò si aggiungono le conseguenze di uno sfruttamento troppo intensivo da parte della pesca che non consente alle specie marine di riprodursi a sufficienza. Dal 1960 la quota di pescato è quadruplicata e molte specie marine sono in via di estinzione.

     

     

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    Note: 5) Per sprechi e inquinamento indiretti intendiamo quelli provocati dalla produzione di beni e servizi di cui ci serviamo.

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