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    La globalizzazione e l'agricoltura del terzo mondo

    Per i suoi sostenitori, la globalizzazione sarebbe un processo evolutivo naturale e inevitabile che, inserendoci nelle maglie del villaggio planetario, genererebbe crescita e prosperità per tutti. I popoli del Terzo Mondo potrebbero accedere al lavoro e migliorare il loro livello di vita solo integrandosi nei mercati mondiali.
    13 marzo 2011 - Vandana Shiva
    Fonte: ariannaeditrice.it - 09 marzo 2011

    Per i suoi sostenitori, la globalizzazione sarebbe un processo evolutivo naturale e inevitabile che, inserendoci nelle maglie del villaggio planetario, genererebbe crescita e prosperità per tutti. I popoli del Terzo Mondo potrebbero accedere al lavoro e migliorare il loro livello di vita solo integrandosi nei mercati mondiali. In realtà, la globalizzazione non è un processo naturale di inclusione, ma un progetto planetario di esclusione, che canalizza le risorse e il sapere dei poveri del Sud verso il mercato mondiale, privando i suoi abitanti dei loro sistemi di produzione per uso alimentare, negando loro così i loro mezzi di esistenza e i loro modi di vita tradizionali.
    Le regole del commercio mondiale, come sono enunciate dall’accordo agricolo e dall’accordo sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio del WTO (ADPIC, o TRIPS in inglese), tendono essenzialmente a permettere il furto mimetizzato sotto una fraseologia aritmetica e giuridica. In questa sottrazione di vasta portata, le aziende escono vincenti, mentre i popoli e la natura sono i grandi perdenti.
    Il fine generale del WTO, cioè la promozione della “concorrenza liberale”, favorisce una duplice funzione. In primo luogo, trasformare tutti gli aspetti della vita in merci. La cultura, la biodiversità, il cibo, l’acqua, i mezzi di esistenza, i bisogni e i diritti: tutto è ridotto e trasformato in mercato. In secondo luogo, giustificare la distruzione della natura, della cultura e dei mezzi di esistenza con le leggi della concorrenza. I responsabili politici se la prendono con le regole etiche ed ecologiche che permettono la conservazione della vita, definendole ostacoli “protezionistici” al commercio. In realtà, il WTO non riduce il protezionismo: sostituisce la protezione delle persone e della natura con quella delle grosse imprese.
    L’appropriazione da parte delle transnazionali delle risorse dei poveri del Terzo Mondo non è stata resa possibile dal solo abbassamento o soppressione delle barriere doganali, uno dei grandi obiettivi del WTO. È stata facilitata dall’abolizione di ogni limite etico ed ecologico a ciò che può essere posseduto a titolo privato ed essere oggetto di commercio. La globalizzazione perfeziona così la colonizzazione, che era sfociata nella conquista e nell’accaparramento di terre e interi territori. Le risorse biologiche e l’acqua, le basi stesse della vita stanno per essere colonizzate, privatizzate e ridotte allo stato di merci.
    L’agricoltura, attività di carattere sia culturale che sociale, che resta il principale mezzo di esistenza dei tre quarti dell’umanità, è ugualmente minacciata dalla “liberalizzazione del commercio”, tanto sotto l’egida dei piani di aggiustamento strutturale della Banca mondiale e del FMI, quanto dell’accordo agricolo del WTO. La globalizzazione dei sistemi agricolo e alimentare è infatti sinonimo di appropriazione della catena alimentare da parte dei grandi gruppi, di erosione del diritto di disporre di cibo sano e sufficiente, di distruzione della diversità culturale degli alimenti, della diversità biologica delle culture, e di spostamento di milioni di contadini, privati dei loro mezzi di esistenza. Il libero scambio mondiale nell’agricoltura e nell’alimentazione è la più grande fabbrica di profughi, superando largamente la tragedia del Kosovo. È l’equivalente di un programma di purificazione etnica dei poveri, dei contadini e dei piccoli agricoltori del Terzo Mondo.
    GLOBALIZZAZIONE DELL’AGRICOLTURA INDIANA

    La liberalizzazione degli scambi e degli investimenti hanno causato uno sconvolgimento dell’agricoltura indiana, il cui effetto sui piccoli contadini è stato devastante. Essa ha provocato:  
    •    la sostituzione delle coltivazioni di prodotti alimentari con coltivazioni di prodotti per l’esportazione, il che ha ridotto la sicurezza alimentare;
    •    un afflusso di importazioni che ha eliminato i produttori locali e la diversità locale;
    •    un’apertura che consente alle transnazionali di assumere il controllo dell’industria alimentare.

    Il passaggio alle coltivazioni per l’esportazione


    Cotone: i semi del suicidio

    La globalizzazione economica sfocia in una concentrazione del settore dei semi, nella penetrazione dell’agricoltura da parte delle grosse società, nella crescente utilizzazione di pesticidi, nell’aumento dell’indebitamento, nella disperazione e talvolta nel suicidio dei piccoli contadini. L’agricoltura a forte densità di capitale nelle mani delle grandi aziende si diffonde in regioni dove i contadini erano certo poveri, ma godevano di autosufficienza alimentare. Nelle regioni in cui è stata introdotta l’agricoltura industriale, l’aumento dei costi rende praticamente impossibile la sopravvivenza dei piccoli contadini.
    Le nuove politiche di produzione a vocazione esportatrice, parte integrante della globalizzazione dell’agricoltura, hanno portato all’abbandono delle coltivazioni di prodotti alimentari a vantaggio della coltivazione di prodotti destinati all’esportazione, come il cotone. La coltivazione del cotone si è diffusa addirittura in regioni semiaride, come il Warangal, nell’Andhra Pradesh, dove i contadini coltivavano tradizionalmente riso, miglio, legumi – in particolare a baccello – e piante oleaginose. Allettati dalla promessa che il cotone sarebbe stato un vero “oro bianco”, fonte di grandi profitti, i contadini del Warangal hanno quasi triplicato la sua superficie nel corso dell’ultimo decennio, riducendo radicalmente la tradizionale produzione di semi commestibili, come il jawar e il bajra.
    Ma questi contadini hanno imparato che, se queste coltivazioni redditizie possono raggiungere prezzi superiori, esigono pesanti spese. Sotto la pressione delle grandi aziende, hanno in buona misura abbandonato i semi a impollinazione naturale, una parte dei quali accantonavano per le successive semine, a vantaggio di ibridi che dovevano comprare ogni anno a caro prezzo. Essendo questi ibridi molto vulnerabili agli attacchi degli insetti, ha dovuto essere aumentato l’uso dei pesticidi. Gli acquisti di pesticidi nella regione sono passati da 2,5 milioni di dollari negli anni Ottanta a 50 milioni per il solo anno 1977, ossia un aumento del 2000%. I contadini poveri potevano fronteggiare tali costi solo indebitandosi.
    Poiché la liberalizzazione ha ugualmente comportato economie di bilancio per la formazione agricola e la soppressione dei crediti a debole tasso di interesse accordati dalle cooperative e della banche del settore pubblico, i contadini hanno dovuto ricorrere al credito usurario concesso dalle stesse aziende che vendono loro semi ibridi e pesticidi. Questi grandi gruppi sono dunque divenuti al contempo prestatori di denaro dietro garanzia, professori di agricoltura, fornitori di semi e mercanti di prodotti chimici. I contadini oggi si piegano sotto il fardello di un debito che non possono rimborsare. Questa pressione finanziaria è responsabile di un’epidemia di suicidi nella regione del Warangal: più di 500 agricoltori si sono data la morte nel 1988, altri li hanno seguiti nel 1999.
    Nelle regioni in cui gli elevati costi dell’agricoltura industriale spingono già i contadini al suicidio, Monsanto ha tentato di introdurre semi di cotone geneticamente manipolato. L’argomento utilizzato per promuovere questi semi nel Terzo Mondo è che aumentano i rendimenti. Abbiamo tuttavia assistito alla loro diminuzione e a una crescita dell’uso dei pesticidi. In forma di protesta, dei contadini dell’Andhra Pradesh e del Karnataka hanno estirpato cotone transgenico. La Fondazione di ricerca per la scienza, la tecnologia e l’ecologia ha deposto una pianta davanti alla Corte suprema cercando di impedire l’introduzione di questi prodotti geneticamente modificati nell’agricoltura indiana. La tesi è che l’ingegneria genetica farà incombere nuovi rischi ecologici ed economici che i contadini del Terzo Mondo non possono permettersi di assumere.          


    Gli allevamenti di gamberetti

    Il passaggio da una politica che attribuisce la priorità si bisogni alimentari a quella che dà priorità all’esportazione è stata giustificata invocando la sicurezza alimentare. Si riteneva che i benefici dell’esportazione pagassero l’importazione di derrate. In realtà, l’agricoltura a vocazione esportatrice ha diminuito la sicurezza alimentare causando l’abbandono di una vitale produzione su piccola scala, a vantaggio di una produzione industriale su grande scala e non vitale. Essa provoca anche cambiamenti nella proprietà delle risorse naturali e dei mezzi di produzione che, dalle mani di piccoli produttori-proprietari autonomi, passano a quelle di grosse imprese, se non addirittura ad aziende transnazionali. I contadini debbono migrare mentre le loro terre sono accaparrate e coltivate in produzioni industriali d’esportazione, in particolare di gamberetti, fiori, ortaggi e carne. Queste imprese hanno spesso un impatto ecologico negativo, rendendo ancora più difficile l’esistenza delle comunità locali.
    La trasformazione dell’acquacoltura di gamberetti in India illustra perfettamente quali sono i costi sociali ed ecologici dell’agricoltura industriale. Mentre i piccoli allevamenti indigeni sono stati vitali per secoli, l’esportazione dei gamberetti obbliga a creare allevamenti industriali. Ogni ettaro di allevamento necessita di 200 “ettari al nero” per assorbire i costi ecologici dell’allevamento intensivo. Gli “ettari al nero” sono le unità di superficie necessarie per fornire le risorse a una data attività economica, e assorbirne i rifiuti.
    Se l’acquacoltura di gamberetti è così ecologicamente disastrosa, è perché esige, per nutrire i crostacei, quantità industriali di pesce pescato in mare, di cui la maggior parte vi ritorna sotto forma di rifiuti che inquinano l’acqua e distruggono le mangrovie. L’allevamento di gamberetti danneggia ugualmente l’agricoltura costiera: obbliga a pompare acqua di mare per i vivai. Le terre sono salinizzate, le riserve di acqua potabile ridotte, gli alberi e le coltivazioni vicine agli allevamenti distrutti.
    Questi costi smentiscono la pretesa dell’esportazione di gamberetti di essere una fonte importante di crescita economica. Per ogni dollaro guadagnato dalle aziende esportatrici verso gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone, si valutano in 10 dollari i danni subiti dalle risorse naturali e la perdita di reddito economico locale in India, se includiamo la distruzione delle mangrovie, delle riserve d’acqua, dell’agricoltura e dei luoghi di pesca.
    Gli allevamenti industriali di gamberetti si sono scontrati in India contro una forte resistenza. Nel dicembre 1996, comunità locali ed associazioni ecologiche sono riuscite a farli interdire dalla Corte suprema. Ma gli industriali hanno beneficiato di un rinvio e proseguono la loro attività. Il 29 maggio 1999, quattro pescatori che manifestavano contro questi produttori, definiti “mafia dei gamberetti”, intorno al lago Chilka, nell’Orissa, sono stati uccisi.


    Altre coltivazioni d’esportazione: costi che eccedono i benefici

    Come quella dei gamberetti, in molti casi le esportazioni di fiori, carne e ortaggi sono largamente deficitarie. Le massicce esportazioni di carne, ad esempio, si accompagnano ad un costo esterno nascosto dieci volte superiore ai profitti. Questo dipende dal fatto che il contributo ecologico del bestiame all’agricoltura contadina diminuisce sempre di più.
    Il bestiame, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, non è soltanto “carne in piedi”. Le bestie sono produttori di preziosi concimi, sotto forma di letame. Esse forniscono ugualmente energia per le attività della fattoria – l’aratura e delle operazioni di trasformazione come l’estrazione d’olio per mezzo di ghanis. In India, il bestiame contribuisce alla produzione di 17 milioni di dollari di latte, di 1,5 miliardi di dollari di cereali, e fornisce 17 milioni di dollari di energia. Se le bestie sono abbattute per la macelleria, tutti questi vantaggi sono perduti. Nel caso di un macello a vocazione esportatrice, le esportazioni di carne generavano 45 milioni di dollari di introiti mentre, secondo le stime, il contributo delle bestie abbattute all’economia ne avrebbe rappresentato 230 milioni.
    Sotto la pressione delle politiche di pretesa “liberalizzazione”, i prezzi delle derrate sono raddoppiati e i poveri hanno dovuto ridurre i loro consumi della metà. I prezzi sono saliti perché le derrate sono state esportate, creando scarsità nel paese, e contemporaneamente le sovvenzioni alimentari venivano soppresse. Come ha dichiarato una casalinga di Bombay, “mangiamo due volte meno di quanto facevamo prima che i prezzi raddoppiassero l’anno scorso. Persino il dal [lenticchie fermentate] è divenuto un lusso. Dopo l’aumento di prezzo, ho smesso di acquistare anche il latte”.
    L’agricoltura a vocazione esportatrice crea altresì una sorta di apartheid agricola. Si chiede al Terzo Mondo di cessare di produrre derrate di base e di consacrarsi alla coltivazione di prodotti di lusso per i paesi ricchi del Nord. Risultato? La produzione di derrate di base è ora concentrata negli Stati Uniti, nelle mani di alcuni semenzieri e cerealicoltori multinazionali.


    Importazioni: la diversità maltrattata

    Essendo i paesi costretti a distruggere i loro sistemi agricoli per produrre per l’esportazione, la diversità biologica e culturale sparisce. La soia proveniente dagli Stati Uniti si sostituisce ai cereali, alle leguminose e alle piante oleaginose più diverse. Da un lato le esportazioni annientano i sistemi locali di agricoltura per uso alimentare deviando le risorse e modificando i regimi di proprietà, dall’altro le importazioni sfociano nello stesso risultato accaparrando i mercati.
    Nell’agosto 1999, una faccenda di olio di mostarda adulterato, circoscritta alla città di Delhi, colpì tutte le marche locali di olio. Il governo vietò l’olio di mostarda – l’olio da cottura più utilizzato nell’India del Nord - e soppresse ogni restrizione alle importazioni di oli da cucina. Le importazioni di soia e di olio di soia furono liberalizzate o deregolamentate. In una stagione, i milioni di contadini produttori di piante oleaginose che coltivavano mostarda, arachide, sesamo e niger, persero i loro diversi mercati. Le importazioni di soia hanno annientato l’insieme della produzione e dell’industria di trasformazione indiane di oli commestibili. Milioni di piccoli mulini sono stati chiusi. I prezzi delle piante oleaginose sono crollati. I contadini non possono nemmeno recuperare i loro investimenti. Il sesamo, il lino e la mostarda spariscono dai campi a mano a mano che la soia di importazione, a basso prezzo e sovvenzionata, sommerge il mercato indiano. L’insieme di queste importazioni ammonta a 3 milioni di tonnellate in un anno (ossia il 60% di aumento in rapporto agli anni precedenti). Il costo ammonta a 1 miliardo di dollari, il che aggrava la situazione della bilancia dei pagamenti del paese.
    La soia americana è a buon mercato: non che il suo costo di produzione sia basso, ma è sovvenzionata. Una tonnellata vale 155 dollari, ma questo prezzo è possibile soltanto perché il governo americano versa 193 dollari a tonnellata ai suoi produttori, che non potrebbero sopravvivere con questo prezzo di mercato. Questo aiuto dello Stato non è proprio una sovvenzione agricola, ma una sovvenzione indiretta agli esportatori. Quando questa soia generosamente sovvenzionata ha inondato il mercato indiano, i prezzi sono caduti di più di due terzi. L’industria locale di trasformazione – dai piccoli ghanis fino ai mulini più importanti – è sull’orlo del fallimento. La produzione nazionale di piante oleaginose è declinata e i prezzi sono crollati. Il prezzo dell’arachide è diminuito di quasi il 25%, da 48 a 37 rupie al chilo. Dei contadini che manifestavano contro il crollo dei loro mercati sono stati uccisi.


    Trasformazione e confezione sotto il controllo delle grosse imprese

    L’agroalimentare mondiale tenta ora di fare man bassa dell’industria di trasformazione alimentare. Perciò, si fanno passare i cibi freschi, prodotti localmente, per arcaici, mentre quelli conservati nell’alluminio o nella plastica sarebbero “moderni”. La trasformazione e la confezione industriali hanno prima riguardato gli oli da cucina, distruggendo, con le importazioni di soia, i mezzi di esistenza dei gestori di mulini a olio e dei piccoli contadini. Il grano è ora oggetto di un tentativo analogo.
    L’economia indiana del grano – chiamato kanak, che significa “oro” nell’India del Nord – è fondata su sistemi locali di produzione, trasformazione e distribuzione su piccola scala. Il grano e la sua farina (atta) procurano i mezzi di esistenza e il cibo a milioni di contadini, commercianti (artis) e gestori di mulini locali (chakki wallas).
    Considerata nel suo insieme, l’economia di produzione e trasformazione alimentari decentralizzata, su piccola scala e familiare, è enorme. Essa fornisce i mezzi di sostentamento a milioni di persone garantendo l’approvvigionamento della popolazione di cibo fresco, completo, a prezzi accessibili. Questa produzione e trasformazione non hanno inoltre alcun impatto ecologico negativo.
    I milioni di contadini indiani producono annualmente 6,05 miliardi di tonnellate di grano. I consumatori ne acquistano la maggior parte in forma di chicchi al bazar vicino (kirana) e lo portano al chakki walla locale. Una catena di artis avvia il grano dalla fattoria alle bottegucce locali.
    Si stima in più di 3,5 milioni il numero di botteghe familiari che forniscono il grano ai consumatori indiani, mentre più di 2 milioni di piccoli mulini locali producono la farina fresca, oltre quella macinata in casa da milioni di casalinghe. La macina oblunga (belan) utilizzata per fare la rotis è sempre stato un simbolo del potere delle donne. Si dice spesso, a torto, che soltanto il 2% degli alimenti sono trasformati in India. L’errore deriva dal fatto che le statistiche ufficiali ignorano il lavoro delle donne in casa e il suo contributo all’economia nazionale. Mentre 40 milioni di tonnellate di grano sono venduti, soltanto 15 milioni sono comprati sotto forma di atta, perché gli indiani apprezzano la freschezza e la qualità degli alimenti. Meno dell’1% della farina consumata ha il nome di una marca, preferendo gli indiani controllare essi stessi la qualità al chakki locale, piuttosto che acquistarla impacchettata.
    Questa economia decentralizzata, di piccola scala, fondata su milioni di produttori, artigiani e commercianti, funziona con un capitale e un’infrastruttura molto ridotti, che sostituisce la manodopera. Tuttavia, questa economia centrata sull’essere umano impedisce ai grandi gruppi dell’agroalimentare di ricavare grossi benefici. Essi dunque mettono gli occhi sull’economia indiana del grano per trasformarla in fonte di profitti.
    In un rapporto dell’industria intitolato Faida (Profitto), lo sviamento di questa economia da parte dell’agroalimentare mondiale è descritto come un’“opportunità da non mancare”. La strategia consiste nel rendere i contadini direttamente dipendenti dagli oligopoli dell’agroalimentare per l’acquisto di elementi di base come i semi, nell’impedire la fornitura locale di questi ultimi e nell’eliminare gli artis e i chakki wallas locali.
    Distruggere i mezzi di esistenza di milioni di persone grazie ai quali funziona l’economia locale decentralizzata e impedire ai consumatori di procurarsi farina fresca a buon mercato, vuol dire “modernizzare la catena alimentare”! nel Terzo Mondo, gli alimenti sotto imballaggio passano per essere un cibo da ricchi. In realtà, i ricchi dei paesi industrializzati preferiscono gli alimenti freschi, essendo i poveri costretti a ripiegare sulle derrate confezionate o in scatola.
    L’economia indiana del grano e dell’atta è complessa ed estremamente sofisticata. Ma l’agroalimentare mondiale la definisce sottosviluppata perché i grandi gruppi come Cargill e Archer Daniels Midland (ADM) non la controllano. Il rapporto Faida afferma: “Il settore indiano del grano si trova attualmente ad uno stadio di sviluppo embrionale. Malgrado la sua importanza, è ancora in una delle primissime tappe del progresso”.
    Se l’economia indiana del grano è giudicata sottosviluppata, è anzitutto perché le transnazionali mancano all’appello. Il sottosviluppo è sinonimo di assenza di dominio da parte delle grosse imprese. Lo “sviluppo” si definisce dunque come l’appropriazione dell’economia da parte di queste ultime.
    I sistemi di produzione alimentare decentralizzati di piccola scala e sotto controllo locale sono definiti “embrionali” e “sottosviluppati”. I sistemi monopolistici sono detti “sviluppati”. Si fa dunque passare la confisca del sistema alimentare per l’“evoluzione naturale” dal piccolo verso il grande. La freschezza e il carattere sano degli alimenti concernerebbero una “tecnologia inferiore”, mentre le farine alterate vendute sotto un marchio sono di “qualità superiore”. Questo atteggiamento perverso si riflette in una sezione del rapporto Faida: “Conseguenza della tecnologia inadeguata utilizzata dai mugnai, la durata di conservazione prima della vendita della farina oscilla in India da quindici a venti giorni, il che è molto poco a paragone dei sei mesi/un anno ottenuti negli Stati Uniti”. Ciò che il rapporto non dice, è che i fornitori che appongono il loro marchio sui pacchi non possono fare altro che garantire una conservazione di lunga durata, tenuto conto delle enormi distanze tra la fabbrica e i mercati.
    Doppio linguaggio nel più puro stile orwelliano per mettere le mani sul grano dei contadini indiani: la decentralizzazione è definita “frammentazione”, la centralizzazione, “integrazione”. In realtà, i sistemi decentralizzati controllati localmente sono estremamente integrati. Quelli a controllo centralizzato si accompagnano alla disintegrazione degli ecosistemi e delle comunità economiche locali.
    I giganti dell’agroalimentare tentano fin d’ora di indurre i consumatori indiani a dubitare dei loro sistemi di controllo della qualità e a dare fiducia ai nomi delle marche. Essi aspirano a dominare un mercato suscettibile di produrre 10 miliardi di rupie di utili grazie alle vendite di farina di grano in pacco. L’obiettivo è di instaurare in India dei monopoli sul grano, come quelli di Monsanto, Novartis, Du Pont e Zeneca. Controllando la fornitura degli altri elementi di base, questi semenzieri esigono diritti di proprietà monopolistici. Costringono i contadini a versare loro delle royalties. Questa tendenza trascina l’intero paese in un’economia agricola alla quale partecipa solo un piccolo numero di persone. E unicamente per guidare trattori o spargere pesticidi. I contadini perdono tutte le loro altre funzioni: quelle di custodi della diversità, amministratori dei suoli e dell’acqua, produttori di semi.
    Secondo il rapporto Faida, il controllo della filiera alimentare da parte dei grandi gruppi “creerà” 5 milioni di posti di lavoro. Ma ognuno sa che le aziende giganti investono in tecnologie che eliminano la manodopera. Così, ADM è alla testa di un parco di 200 silos di grano, 800 camion, 1900 chiatte e 30000 vagoni per trasportare e stoccare i cereali. Il numero di posti di lavoro creati da ADM è insignificante. L’azienda usa strumenti pneumatici per riporre il grano nei silos, e altre tecniche per ridurre i costi della manodopera. Se si tiene conto dei 20/30 milioni di contadini, dei 5 milioni di chakki wallas, dei 5 milioni di artis, dei 3,5 milioni di kiranas (botteghe), di tutti quelli che fanno vivere, l’industrializzazione della soLa, economia del grano distruggerà i mezzi di esistenza e alimentazione di almeno 100 milioni di persone.


    LE FORZE MOTRICI DELLA GLOBALIZZAZIONE DELL’AGRICOLTURA  

    I giganti dell’agroalimentare

    I giganti dell’agroalimentare come Monsanto e Cargill, nei loro sforzi per assumere il controllo dell’economia agricola planetaria, dalla vendita dei semi e di altri elementi di base fino alla trasformazione e alla commercializzazione degli alimenti, hanno assunto la direzione del processo di globalizzazione.
    La fusione di aziende chimiche, farmacologiche, biotecnologiche e di semenzieri in conglomerati specializzati nelle “scienze della vita” è una delle evoluzioni più allarmanti dell’ultimo decennio. “Scienze della morte” sarebbe più appropriato. Queste imprese producono semi transgenici resistenti agli erbicidi, che rendono gli agricoltori dipendenti dalla chimica. Distruggono la biodiversità e rendono l’agricoltura più vulnerabile. Producono ugualmente semi geneticamente manipolati sterili, grazie alla tecnologia “Terminator”: gli agricoltori non possono più mettere da parte i semi per le successive semine e sono costretti a comprarne ogni anno.


    L’accordo agricolo del WTO

    L’aggiustamento strutturale e la liberalizzazione degli scambi hanno cacciato dalle loro terre milioni di contadini nel mondo. L’aumento dei costi di produzione e il crollo del prezzo delle derrate li hanno portati al fallimento. Invece di appoggiare politiche che aiuterebbero gli agricoltori a sopravvivere, le regole del WTO condannano i piccoli agricoltori alla scomparsa. Esse garantiscono il dominio delle aziende transnazionali sull’agricoltura.
    L’accordo agricolo del WTO ha instaurato, sotto la pressione degli Stati Uniti durante l’Uruguay Round del GATT, un sistema regolamentare di liberalizzazione degli scambi agricoli. Le sue regole non favoriscono né la protezione della sicurezza alimentare, né quella della natura o della cultura. Per contro, servono perfettamente le mire delle grandi aziende: monopolizzare le filiere agroalimentari.
    L’accordo agricolo si applica ai paesi, mentre non sono essi né i loro contadini a dedicarsi agli scambi internazionali di prodotti agricoli, ma piuttosto le aziende transnazionali come Cargill. Tutte le clausole che marginalizzano gli agricoltori sopprimendo i sostegni all’agricoltura sono loro utili. Lo stesso dicasi per tutte le clausole che deregolamentano gli scambi internazionali, che liberalizzano le esportazioni e le importazioni e rendono illegale la loro restrizione. L’apertura dei mercati incoraggiata dall’accordo agricolo li aprono semplicemente ai vari Cargill e Monsanto.
    I risultati delle negoziazioni preliminari alla firma dell’accordo agricolo non sono così sorprendenti quando si conosce l’enorme influenza che i giganti dell’agroalimentare hanno esercitato in questi maneggi. La delegazione americana era infatti guidata da Clayton Yeutter, un ex di Cargill. L’accordo agricolo comprende tre parti principali:
    •    i sostegni interni alla produzione;
    •    facilitare l’accesso ai mercati;
    •    le sovvenzioni all’esportazione.

    I sostegni interni alla produzione
    Le clausole del WTO relative ai “sostegni interni alla produzione” imponevano di ridurre questi sostegni ai produttori del 20% prima della fine del 1999, in rapporto ai livelli nazionali del periodo 1986-1988. Per i paesi in via di sviluppo, la riduzione è del 13%, da raggiungere prima di dieci anni. Il sostegno è definito con una formula chiamata “misura globale di sostegno” (MGS). La MGS tiene conto di tutte le politiche nazionali di sostegno il cui effetto è giudicato significativo sul volume della produzione. La MGS non è nient’altro che un modo per anestetizzare il pubblico affinché l’appropriazione del settore agroalimentare da parte delle grandi aziende passi inosservata. Classificando le diverse forme di sostegno secondo un sistema di “scatole” verde, blu e arancione estremamente complicato e sconcertante, il WTO ha innalzato una cortina di fumo per impedire ai cittadini e ai responsabili politici di comprendere cosa succede.
    La liberalizzazione degli scambi ha imposto all’India un fardello supplementare anche solo sovvenzionando i concimi chimici. La politica di sovvenzione del WTO è manifestamente favorevole all’industria e agli oligopoli dell’agroalimentare del Nord, e sfavorevole ai contadini, in particolare a quelli del Terzo Mondo.


    Facilitare l’accesso ai mercati
    L’accordo del WTO sulle importazioni di derrate, intitolato “Accesso ai mercati”, è esposto agli articoli IV e V e nell’allegato III della terza parte. Tutti i paesi firmatari debbono convertire tutte le loro restrizioni quantitative alle importazioni e ogni altra misura non tariffaria in “diritti di dogana ordinari” – ossia ciò che si chiama “tariffazione”. I paesi sono tenuti a permettere un accesso minimo al loro mercato, cominciando dall’1% del consumo interno il primo anno del periodo d’applicazione, per raggiungere il 2% all’inizio del quinto anno per gradi annuali regolari, poi il 4%. Le “possibilità di accesso al mercato” sono definite in “proporzione alle importazioni in rapporto al consumo interno corrispondente”.
    I diritti di dogana e assimilati debbono essere ridotti del 36% (24% per i paesi in via di sviluppo) per facilitare le importazioni al miglior prezzo. Questi diritti sono calcolati sulla base della differenza tra il prezzo reale e il prezzo minimo all’importazione (quest’ultimo è la media dei prezzi dal 1986 al 1988). La soppressione delle restrizioni quantitative alle importazioni è uno dei maggiori obiettivi della liberalizzazione degli scambi.
    Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), la fattura delle importazioni alimentari dell’Africa sarà aumentata da 8,4 a 14,9 miliardi di dollari nel 2000 a causa delle misure di liberalizzazione degli scambi. Questa crescita delle importazioni rappresenterà 0,9 miliardi di dollari per l’America latina e i Caraibi, 27 miliardi per l’Estremo Oriente, dove il deficit commerciale si sarà accentuato passando da 11 a 19 miliardi di dollari nel 2000.


    Le sovvenzioni all’esportazione
    Gli articoli da VIII a XI dell’accordo agricolo trattano delle esportazioni sotto il titolo “Concorrenza all’esportazione”. La giustificazione ufficiale di questo accordo è la soppressione delle sovvenzioni all’esportazione che hanno facilitato la vendita di importanti eccedenze dell’Unione europea e degli Stati Uniti sul mercato mondiale. I principali termini dell’accordo in materia sono i seguenti:
    •    le sovvenzioni all’esportazione, misurate in funzione del volume delle esportazioni sovvenzionate e delle spese di bilancio assegnate alle sovvenzioni, sono state ridotte;
    •    i paesi sviluppati debbono ridurre del 21% il volume delle loro esportazioni sovvenzionate e del 36% le spese di bilancio attribuite alle sovvenzioni, su un periodo di sei anni (1995-2000);
    •    per i paesi in via di sviluppo, queste riduzioni sono rispettivamente del 14 e del 24% su un periodo di dieci anni invece di sei (1995-2004). I loro governi possono tuttavia continuare a sovvenzionare la commercializzazione delle esportazioni dei prodotti agricoli, in particolare la loro movimentazione, il loro miglioramento e altre operazioni di trasformazione, così come i costi di trasporto e di carico interni ed internazionali;
    •    l’accordo impedisce di proibire le esportazioni, anche negli anni di scarsità nazionale.
    La liberalizzazione delle esportazioni è stata giustificata con l’apertura dei mercati agricoli del Nord ai prodotti indiani. Ma le esportazioni dell’India verso l’Europa sono declinate dal 13 al 6%. In effetti, sovvenzioni elevate e barriere protezioniste sono state in gran parte mantenute nel Nord. La liberalizzazione degli scambi è piuttosto a senso unico: apre i mercati del Sud alle imprese del Nord, ma chiude quelli del Nord alle esportazioni del Sud.
    L’accordo agricolo autorizza sempre le sovvenzioni dirette all’esportazione, 14,5 miliardi di dollari in totale. Quelle che sono permesse ai paesi in via di sviluppo non sono destinate ai contadini ai contadini e ai poveri, ma alle società commerciali che, contrariamente ai primi, esportano. I governi del Terzo Mondo hanno dunque il diritto di sostenere le grosse imprese, ma non i loro agricoltori e i loro poveri. Essi possono continuare a sovvenzionare il trasporto, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, ma non gli sradicati o gli indigenti.
    In virtù delle regole del WTO, le transnazionali beneficiano dunque di sovvenzioni loro accordate tanto nel Nord quanto nel Sud. Le nuove sovvenzioni concesse nel Nord all’agroalimentare non sono state colpite dal WTO. Dalla sua creazione, gli Stati Uniti hanno sviluppato i loro crediti all’esportazione e i loro programmi di commercializzazione. Fino ai prestiti consentiti ai paesi del Terzo Mondo dal FMI che sono serviti a sovvenzionare le esportazioni dell’agroalimentare americano!
    Dan Glickman, segretario di Stato americano all’agricoltura, ha dichiarato: “Se le nostre esportazioni verso l’Asia non sono diminuite di più, è perché [il Ministero dell’Agricoltura] ha garantito 2,1 miliardi di dollari di crediti all’esportazione. Senza l’intervento del FMI, rischiavamo di perdere 2 miliardi di dollari di esportazioni a breve termine e molto di più a lungo termine”.
    Nel 1996, l’US Farm Bill ha assegnato 5,5 miliardi di dollari alla promozione delle esportazioni e 1 miliardo supplementare è stato sbloccato per sostenere le vendite ai “mercati emergenti”. Infine, 90 milioni di dollari, assegnati a cosiddetti programmi di “accesso ai mercati”, sono stati distribuiti alle aziende agroalimentari per la promozione dei loro prodotti all’estero
    Che si tratti di sostegni interni alla produzione, di accesso al mercato o di sovvenzioni all’esportazione, le regole del WTO sono destinate a preservare e aumentare gli aiuti alle grandi aziende, e a sopprimere quelli ai contadini e alle comunità rurali. La protezione degli agricoltori, la sicurezza alimentare e l’agricoltura durevole esigono cambiamenti radicali nell’accordo agricolo.


    Il bisogno di un nuovo paradigma
    Per arrivarci, occorre creare un movimento intorno a un nuovo paradigma dell’agricoltura e dei bisogni alimentari. Bisogna comprendere che la liberalizzazione degli scambi commerciali è all’origine della degradazione dell’ambiente e, per i poveri del Sud, della perdita dei loro mezzi di esistenza. Anche quando le esportazioni sono possibili, esse avvengono spesso a un prezzo sociale ed ecologico esorbitante per il Sud. Le importazioni e le esportazioni non devono dunque essere forzate, le regole del WTO debbono essere emendate, l’agricoltura e l’alimentazione esentate dalla “disciplina” del libero scambio per rispondere agli obiettivi di sicurezza alimentare e di protezione dell’ambiente.
    Il commercio non può e non deve essere l’obiettivo prioritario che governa i sistemi di produzione e distribuzione delle derrate. Una tale filosofia implica il controllo degli interessi commerciali, detto altrimenti, il controllo delle aziende transnazionali, per le quali l’alimentazione è fonte di profitti e non fonte di vita e di mezzi di esistenza. Siccome i loro profitti possono crescere solo distruggendo sistemi autosufficienti, la globalizzazione dell’agricoltura non può che causare il genocidio. Per proteggere la vita degli uomini e delle altre specie, è indispensabile rimettere in discussione la logica del libero scambio.
    La protezione delle agricolture nazionali deve essere considerata un imperativo della sicurezza alimentare. Le regole del WTO non debbono ridurla, annientando l’agricoltura locale e i sistemi alimentari con il dumping sovvenzionato. Impedire il genocidio innalzando barriere doganali, è un imperativo morale.
    I paesi del Terzo Mondo sono oggi costretti a praticare un’agricoltura a vocazione esportatrice in ragione del loro indebitamento e del deficit cronici della loro bilancia dei pagamenti. Le loro esportazioni dovrebbero essere facilitate da accordi commerciali equi, ossia da un commercio che non sia fondato né sulla distruzione dell’ambiente e delle economie alimentari locali, né sullo spostamento dei piccoli contadini. Questo commercio equo non sarà instaurato dalle regole libero-scambiste di accesso al mercato decretate dal WTO, che si applicano al Sud ma non al Nord. Esso esige uno spirito di solidarietà e regole di cooperazione. Bisogna creare un movimento tendente a permettere ai paesi di escludere i settori alimentare e agricolo dagli accordi di libero scambio, affinché le considerazioni ecologiche e la giustizia sociale possano determinare i modi di produzione, distribuzione e consumo alimentari.

    Proprietà intellettuale e biopirateria

    La sicurezza alimentare e l’agricoltura del Terzo Mondo non sono minacciate soltanto dall’accordo agricolo del WTO. Altrettanto pericoloso si rivela l’accordo sui diritti di proprietà intellettuale concernenti il commercio (ADPIC), concluso durante l’Uruguay Round del GATT, che definisce regole universalmente applicabili ai brevetti, ai diritti d’autore e ai marchi depositati. Esse inglobano ormai il vivente in modo che i geni, le cellule, i semi, le specie vegetali e animali possono essere d’ora in poi brevettati e diventano oggetto di un diritto di proprietà intellettuale. I paesi in via di sviluppo sono perciò costretti a riorganizzare i loro modi di produzione e consumo, per permettere la costituzione di monopoli da parte dei grandi gruppi delle “scienze della vita”. Gruppi che sono in realtà mercanti di morte.
    Le conseguenze degli ADPIC per la biodiversità e i diritti dei popoli del Sud alla loro diversità saranno gravi. Nessuno potrà più produrre e riprodurre liberamente tutto ciò che, nell’ambito agricolo, medico o dell’allevamento sarà stato brevettato. Questo scalzerà i mezzi di esistenza dei piccoli produttori e impedirà ai poveri di mettere a profitto le loro risorse e le loro conoscenze per soddisfare i loro bisogni alimentari e sanitari di base. Per utilizzare questi prodotti dovranno versare delle royalties ai detentori dei brevetti. Ogni produzione non autorizzata sarà penalizzata, il che aumenterà il peso del debito. I contadini, i medici tradizionali e i commercianti indiani perderanno la loro parte di mercati locali, nazionali e mondiali.
    Né gli ADPIC, né le leggi americane sui brevetti riconoscono il sapere come bene comune. Essi negano l’apporto dell’innovazione collettiva accumulata da secoli nei sistemi di conoscenze locali. Per proteggere il sapere indigeno, gli ADPIC e la legislazione americana sui brevetti debbono dunque essere emendati. Solo una riforma dei regimi di proprietà intellettuale occidentali, intrinsecamente difettosi, stroncherà l’epidemia di biopirateria. Se non si mette fine a questa biopirateria, la sopravvivenza quotidiana degli indiani normali sarà minacciata a mano a mano che le risorse e i saperi indigeni saranno trasformati in merci brevettate nel commercio mondiale. Il diritto di proteggere l’alimentazione, la salute e le conoscenze di un miliardo di indiani, i due terzi dei quali non hanno i mezzi per soddisfare i loro bisogni essenziali sul mercato mondiale, ecco di cosa si nutrono i profitti delle transnazionali. Il brevetto dei saperi indigeni e dell’utilizzazione dei vegetali è un vero atto di pirateria dei beni comuni intellettuali e biologici da cui dipendono i poveri. Spogliati dei loro diritti, in particolare quello di utilizzare liberamente la natura – il solo capitale di cui dispongono – i poveri del Terzo Mondo sono destinati a sparire. Come le diverse specie da cui dipende la loro vita, anche essi sono una specie minacciata d’estinzione.
    Il vero round del Millennio del WTO deve essere l’avvio di un nuovo dibattito democratico sull’avvenire della Terra e dei suoi abitanti. Le regole antidemocratiche e le strutture centralizzate del WTO che instaurano l’egemonia delle transnazionali fondata sulla monopolizzazione e la monocoltura debbono lasciare spazio a una democrazia planetaria che riposi sulla decentralizzazione e la diversità. I diritti di tutte le specie e di tutti i popoli debbono essere posti al di sopra di quello delle aziende di realizzare profitti illimitati su un processo di distruzione illimitato.
    Il libero scambio non genera libertà, ma schiavitù. Il vivente è asservito dal brevetto; gli agricoltori, dall’alta tecnologia; i paesi, dal debito, la dipendenza e la disintegrazione della loro economia nazionale. Noi vogliamo che il nuovo millennio sia quello della democrazia e non del totalitarismo economico. L’umanità e le altre specie avranno un avvenire solo se i principi della concorrenza, la rapacità organizzata, la mercificazione di ogni vita, la monocoltura, la monopolizzazione e il controllo centralizzato esercitato dalle grandi aziende sulla nostra vita quotidiana, inscritti nelle regole del WTO, saranno sostituiti dai principi di protezione delle persone e della natura, dall’obbligo di favorire e condividere la diversità, dalla decentralizzazione e l’auto-organizzazione inseriti nelle nostre culture e nelle nostre Costituzioni nazionali.
    Le regole del WTO violano i principi dei diritti dell’uomo e della sopravvivenza ecologica. Violano le regole della giustizia e della vitalità. Sono le regole di una guerra contro il pianeta e i suoi abitanti. Modificarle deve essere la parola d’ordine della lotta del nostro tempo per la democrazia e i diritti dell’uomo. È una questione di sopravvivenza. 

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