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Intervento di Roberto Mancini all'assemblea di REES Marche del 2.6.14

Una versione riidotta, con i punti più importnati, + versione completa linkabile e scaricabile
29 dicembre 2014 - Loris Asoli

INTERVENTO DI ROBERTO MANCINI ALL'ASSEMBLEA DI REES MARCHE DEL 2 GIUGNO 2014

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Il seguente testo è circa metà rispetto a quello completo.

Per leggere l'intervento completo CLICCATE QUI

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Un'altra economia vuol dire un'altra società, perché in una società di mercato, cioè dove tutta la società s'intende, si organizza si riconosce come un mercato globale, generare un altro modo di fare economia vuol dire un altro stile di vita, di convivenza.

Se vogliamo prima parlare di rischi i due principali per una organizzazione come REES Marche sono il primo di collocarsi in una nicchia di società e l'altro l'autoreferenzialità. Ma non credo che la REES abbia premesse di questo tipo, ha invece una storia che guarda proprio, direi, alla capacità di trasformazione dei contesti, di mettere in campo elementi etici, e etica significa cambiamento, significa rovesciare le situazioni in cui le persone non sono riconosciute nella loro dignità. L'etica è per forza un'energia di cambiamento, non è una somma di regole, allora una rete come REES -dove c'è anche la E di etica- vuol dire che è proprio impegnata in questo cammino di trasformazione.

Allora da un lato è importante la lucidità, che vuol dire sentire il dovere di avere il minimo senso della realtà complessiva a cui si appartiene. Vedere, per esempio che la povertà sta ritornando anche in zone che l'avevano in qualche modo sconfitta, la povertà è tornata anche da noi, è tornata anche nelle zone privilegiate, e continuiamo a sottovalutarla, a chiamarla crisi, che veramente è una parola ingannevole come qualcosa che sta per passare, basta aspettare che passi, non è affatto così, le cose peggioreranno, non miglioreranno, e la disoccupazione aumenta; vi do solo un dato -e l'avrete sentito l'altro giorno- negli ultimi cinque anni 100 mila giovani hanno lasciato l'Italia. È un dato spaventoso, 100 mila ragazzi se ne sono andati via, e questo vuol dire che questa economia chiude il futuro alle persone, produce povertà, e non da opportunità di giustizia, e questo allora toglie la libertà vera, perchè libertà economica vuol dire che tu i diritti fondamentali sociali, economici ce li hai garantiti.. Poi non c'è la libertà dall'economia. Avrete fatto caso che ormai tutte le nostre preoccupazioni sono di natura economica. Tutta l'attenzione sociale, culturale, telegiornali, parliamo solo di quello, ormai per noi gli affetti, l'educazione dei figli, la bellezza, l'arte, il rapporto con la natura, cioè, tutte le cose fondamentali della vita sono state spostate dalla visuale perché noi tutta la vita la dobbiamo dedicare all'economia, economia dello sviluppo, anche se ci mettete sostenibile vicino, che è una grande ipocrisia. Sviluppo vuol dire che tu ogni volta devi rinnovare l'attenzione alle dinamiche economiche perché la vita è quello, cioè dedicarsi all'economia; in italiano, questo si chiamerebbe logica del sacrificio, cioè dobbiamo sacrificare la vita all'economia ad un'economia della guerra, della competizione, della produzione della povertà. Allora, in un contesto come questo, una realtà come la REES, io credo, ha due compiti, detto molto in generale, fondamentali. Da una parte contribuire al recupero di lucidità, recupero proprio di un pensiero collettivo che in queste condizioni è andato in decadenza e che invece deve riuscire a rendersi conto delle tendenze fondamentali della nostra storia. Con la scusa del crollo delle ideologie, noi abbiamo disimparato a pensare la storia e la società, perché la storia l'abbiamo appiattita sulla società e la società sul mercato e il mercato sulla finanza. Quindi, che pensiamo più? Funzioniamo, cerchiamo di sopravvivere, poi i più intelligenti, i più sensibili, cercano degli spazi di vita alternativa. Però allora è importante recuperare il senso della lucidità, cioè leggere le tendenze storiche. L'altro elemento, costruire esperienze, spazi di esperienze, come fa la REES, in cui allora davvero il pensiero possa crescere insieme all'esperienza. Se da un lato il pensiero è questa capacità di volare oltre le contraddizioni e assomiglia ad un volo, con cui si va al di là dei pregiudizi, degli schemi, dei riflessi condizionati della tua cultura, e veramente è la capacità di superare, di andare oltre, d'altro lato è semplicemente un percorso di astrazione, una capacità di volare, che deve radicarsi in esperienze e partecipare ad un dialogo e a forme di rinnovamento della vita comune. Allora, da questo punto di vista, io credo che sia importante, recuperare proprio il senso di un modo di organizzarsi, che produca un approfondimento dell'esperienza, della capacità di esperienza della REES. Cioè vuol dire, quale soggetto configura la REES, che tipologia? Voi sapete la parola che viene usata giustamente è reti di comunità no? Tu puoi essere inizialmente, un gruppo tenuto insieme da uno scopo comune, questo è il grado zero, il grado minimo dell'istituzione di un gruppo. Poi, puoi diventare un gruppo che davvero ha una coesione di tipo culturale, cioè condividi delle idee di fondo, non è solo uno scopo organizzativo tecnico, magari molto preciso, che tiene il senso della concretezza, ma condividi una cultura, cioè generi delle idee, metti in circolo delle idee, c'è un'adesione a questa prospettiva. Poi c'è un grado ancora più profondo che è quello per cui tu cominci a pensare a questo politicamente. Qui capiamoci, perché l'avverbio politicamente o il termine politica significano due cose opposte. O politica è la lotta per il potere e allora non ci siamo perché fa a cazzotti con la parola etica, non funziona. O politica è un'attività di cura del bene comune, è proprio un altro paradigma, non è questione di chi vince le elezioni, di chi prende tutto il potere, di chi ha i pacchetti di voti, quella è la politica come lotta di potere. Di qua è la cura, l'attività di cura del bene comune; certo che c'è il potere, certo che ci sono processi decisionali, figure istituzionali, ma quel potere cambia natura, deve essere trasformato, diventa esecutivo rispetto all'attività di cura, cioè ha una premessa, un senso, una direzione che richiamano il metodo; non conta che ci sia qualcuno che comanda, non conta accumulare potere e mantenerlo, contano gli effetti di liberazione, di giustizia, di armonia, di manutenzione del rapporto societario che tu sviluppi attraverso un potere orizzontale, attraverso una concreta capacità di cura. Immaginate come grado ulteriore un gruppo che matura questa coscienza politica quindi impara a pensare politicamente la sua azione nella società. Detto in altri termini, raccorda la sua identità, la sua presenza, la sua attività con il contesto sociale, sfugge l'autoreferenzialità. Quindi quando vi dico “maturare la coscienza politica” significa rompere con il rischio di autoreferenzialità. Ricordarsi che esistono gli altri, una società complessiva, che ci sono tendenze di un certo tipo, allora orientare la propria azione come risposta a questo contesto. Un grado ancora ulteriore qual'è? Una rete che invece diventa una comunità, seppure ampia, comunità non significa necessariamente un piccolo gruppo, dove tutti la pensano allo stesso modo, anzi quella non è una comunità, quella è una setta. Voi sapete l'altro virus, l'altro rischio di chi vuole essere alternativo, purtroppo puntualmente ricompare, è il settarismo, cioè rinchiudersi, escludere chi la pensa diversamente, ritenere che tutto il mondo fuori deve andare a casa, che sono tutti stupidi, conoscerete questo settarismo, l'avrete sentito dire? Anche nelle organizzazioni migliori, quando dico comunità, non intendo setta, intendo una comunità di persone, che hanno maturato un livello ancora più profondo della coscienza politica, una spiritualità. Spiritualità non è una parola per forza religiosa, non c'è più la differenza tra credenti e non credenti o agnostici, ma significa l'orientamento al senso della vita che tu hai radicato nel cuore, quello che ti porti dentro, rispetto proprio al senso dell'esistere. Ora capite che questo è il livello più profondo del diventare comunità, cioè quando siamo orientati non dall'idea che vivere è sopravvivere, che è il messaggio il dogma del sistema attuale, ma siamo con il cuore convinti che vivere è convivere. Allora non ti viene più in mente di sacrificare gli altri, di competere, di escludere, di accumulare potere, perché in cuor tuo non ti senti più neppure te stesso se ti concedi a quel tipo di pratiche. E c'è una comunità vera dove le persone maturano la spiritualità della convivenza, cioè il senso della loro vita è legato alla relazione con gli altri colta come valore come un valore che chiede cura, chiede giustizia, chiede insomma tutto quello che una vera coscienza politica e sociale di tipo solidale deve realizzare.

Ecco, io penso che, forse l'etichetta complessiva di una direzione di sviluppo, nel senso autentico dell'economia alternativa, se mi chiedete un nome potrebbe essere economia della cura. Cioè vuol dire che economia non significa necessariamente produrre, ma significa soprattutto preservare, armonizzare, eventualmente produrre beni a bassa entropia. Cioè significa avere l'attenzione a quello che la vita collettiva, nel rapporto tra umanità e natura richiede. Allora l'economia della cura significa che nessuno si sacrifica, né gli altri, né la natura. Una teoria femminista sottolinea che cura non significa dare qualcosa, ma che il primo passo della cura è l'identificazione, cioè tu sei capace di entrare nello sguardo dell'altro; non è come uno che sta nel deserto e tu gli porti un bicchiere di vino; quello ti dice “grazie, mi serviva l'acqua!”. Cioè non ti rendi proprio conto. Tante nostre forme di aiuto, per esempio nel volontariato, sono proprio della serie, dare del vino a chi sta nel deserto. O addirittura, -tanto è vero della prova della loro inautenticità- ripropongono il giudizio; avrete sentito un giudizio sui veri poveri, sui falsi poveri? Se prima di aiutare qualcuno devo vedere se è un vero povero, vuol dire che non c'è proprio la capacità di identificazione. Allora, un'economia della cura richiede quella profonda sensibilità che vuol dire identificarsi nella situazione degli altri, identificarsi anche nel rapporto con la Natura, capire cosa vuol dire il mondo vivente, la vita della Natura, non più letta semplicemente come ambiente. E allora questo significa per esempio che un'economia equa e solidale non può trascurare, non può semplicemente aggirare la questione dei poveri, la questione di tutti quelli che non praticano l'acquisto solidale perché all'acquisto non ci arrivano. Oggi questo è un problema gigantesco che sta davanti ai nostri occhi cioè ci pone la questione della giustizia, allora un'economia della cura, è chiaro che deve recuperare tutte le attività agricole nel senso di cui abbiamo parlato. L'agricoltura è il contrario della finanza. L'agricoltura da da vivere alle persone, la finanza toglie da vivere alle persone; è proprio il contrario esatto, tanto è vero che l'agricoltura autentica è sempre un'attività di cura, di armonizzazione, non è nemmeno un'attività di produzione per la produzione, non conta di per sé la quantità, contano anche altri criteri, mentre nell'economia finanziarizzata lo sapete, conta soltanto la riproduzione del capitale. Ma sono importanti anche le attività di ricerca e di fruizione della conoscenza, della bellezza, sia naturale che artistica, e anche il recupero di una produzione industriale che sia legata al territorio, il contrario esatto della delocalizzazione, che a mio avviso dovrebbe essere proibita per legge, perché veramente un crimine, in quanto fa tre tipi di danni: toglie lavoro qui, esporta non lavoro ma schiavitù e costringe chi rimane qui ad adeguarsi alla schiavitù altrimenti non è competitivo; quindi è un'aggressione al tessuto sociale. Se voi chiedete a qualunque nostro esponente politico vi dicono che è legittimo, che è un diritto e che ormai il nostro sistema è questo. Allora occorre pensare invece l'economia nel senso della cura, dell'integrazione, della cooperazione sociale, del reddito di garanzia, cioè di tutto quello che da da vivere alle persone. L'economia o è l'arte del dar da vivere alle persone, dal punto di vista materiale, al punto che si esprimono anche in questa attività -la costituzione questo dice- oppure diventa una tecnica di prevaricazione e di ingiustizia. E qui in realtà, si tratta proprio di ripensare radicalmente il senso di questa economia, e ritrovare che l'economia non può essere indipendente, l' economia è un segmento della democrazia e la democrazia a sua volta deve essere espressione di una civiltà etica che abbia un senso per l'umanità.

C'è l'economia, ma più in profondità c'è la democrazia, e più ancora in profondità c'è la civiltà. Pensate oggi quando ci dicono “basta con il modello sociale europeo”! Se hai una fragilità, una malattia, un handicap, te lo tieni; se hai i soldi te la cavi se non hai i soldi stai lungo sulla strada. Questo non vuol dire solo compromettere la democrazia; questo vuol dire regredire ad uno stato prima della civiltà. Cioè noi ci stiamo giocando la civiltà umana, secoli e secoli di fatiche, di ricerche, di conquiste, di lotte, di cattedrali, di sinfonie, di scienza, ce le stiamo giocando dicendo “ognuno è abbandonato a se stesso”. Notate, neppure la natura fa così, gli animali e le piante sono più solidali tra loro. Noi stiamo arrivando ad una civiltà che la solidarietà non la conosce quindi per noi, la saggezza degli animali e delle piante ci sta avanti, non ci sta indietro. Allora qual'è la direzione e l'impegno per una realtà come la REES in un ambiente di questo tipo? Ecco la prima cosa a cui mi parrebbe importante arrivare è questo rapporto sul territorio, per cui occorrono delle sedi; io parlo di luoghi fisici, se no la rete diventa un concetto immateriale; e dove la trovo? solo dentro il computer? Devo avere dei luoghi fisici, dei luoghi d'incontro, se no le persone non rompono l'isolamento, bisogna che le persone siano liberate dall'incapsulamento in cui sono costrette. Ora servono spazi, luoghi abitati, in cui le persone s'incontrano e queste sedi diventano appunto spazi di maturazione di quel grado di elaborazione di coscienza politica, di scoperta spirituale, che generano comunità, comunità aperte, comunità -come si dice- inclusive, non sette; realmente una cultura nuova può crescere dove c'è un terreno di comunità. La cosa che fa generare cultura nuova è organizzare in modo comunitario solidale, la vita quotidiana delle persone. Allora noi ritorniamo veramente persone -non consumatori, esuberi, risorse- quando possiamo vivere quotidianamente dentro gli spazi di comunità aperte. Quindi generare comunità! Verso questa direzione deve andare l'energia di chi crede veramente in un'alternativa. Altro elemento -si diceva- è di coltivare il rapporto con le istituzioni di prossimità. C'è la grande istituzione del mercato o il parlamento, ma istituzioni di prossimità sono i comuni, le scuole e anche le comunità religiose, sia cattoliche, sia induiste, sia buddiste, sia mussulmane; ma perché devono essere mondi separati? Organizzare un'economia etica e solidale non sarebbe un terreno di confronto? Ora capite, anche che la REES quando si confronta con altre associazioni, non deve scegliersi solo quelle già a tematica economica, deve confrontarsi con associazioni che influiscono sulla vita quotidiana delle persone, cioè deve coltivare, disseminare, questo seme di un'economia giusta negli spazi che abitualmente non se ne occupano. Si tratta di portare la ricchezza delle idee dell'esperienza della REES, in ambienti in cui normalmente tutto questo non arriva. Arrivare a realtà più popolari, più diffuse, meno di nicchia, che magari invece hanno proprio bisogno di voi, cioè hanno bisogno di concretizzare gli ideali a cui si richiamano, o il dio in cui credono, dentro pratiche di giustizia, e quindi sarebbe per loro una benedizione, poter raccordarsi con idee e con prospettive come queste. Altro elemento: favorire nelle Marche, in questo distretto, lo sviluppo della rete delle aziende dei beni comuni; sapete che a seguito del progetto di Cristian Felder, del modello dell'economia del bene comune, in Italia settentrionale, Austria, Svizzera, Germania, più di duemila aziende hanno aderito a questo progetto e non calcolano più i profitti o il pil come il fine, ma fanno il bilancio del bene comune. Altra indicazione: partecipare all'istituzione della scuola di altraeconomia, che sta partendo con l'università della pace delle Marche. Si sta cercando di mettere in piedi una scuola che faccia ricerca, raccolga le esperienze più avanzate e faccia formazione, allora, la REES come fa a non collaborare, se parte questa iniziativa, a non collaborare con questo? Da ultimo – e chiudo- promuovere convenzioni tematiche, cioè convenzioni a tema, su scala regionale, dove associazioni di varia natura, esperienze di varia attenzione tematica, si confrontano. Per esempio, come temi, la tutela della Natura nelle Marche, le dinamiche di partecipazione democratica popolare nelle Marche, la scuola e i processi formativi nelle Marche; cioè delle convenzioni a tema dove cresce il livello dell'opinione pubblica, dove può lievitare il pensiero collettivo e facendo in modo che non sia una cosa da intellettuali. Se va in questa direzione a mio avviso la REES può essere un soggetto maieutico, cioè che aiuta a generare, e non semplicemente autoorganizzato; sull'organizzazione farete tutti i progressi che vorrete, ma l'importante è che siete maiutici, cioè che aiutate a generare società civile ed economia civile, equa e solidale almeno nel contesto regionale. Allora questo si può fare e in modo che davvero insomma l'economia sia risanata, sia trasformata, da tecnica di prevaricazione ad arte della giustizia, una giustizia che non abbandona nessuno al suo destino -ed oggi tante di queste vite sono abbandonate, sono vite allo sbando, sono vite alla deriva- e insomma l'economia equa e solidale significa ripartire da uno sguardo, da un'azione, da un progetto che riguarda queste vite. Vi ringrazio.

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